Gli effetti psicologici della pandemia sulla popolazione

Siamo una generazione che non ha mai conosciuto una situazione traumatica di questo tipo.

Solitamente ciò che definisce un evento come traumatico è la rottura dello schema precedente, la distruzione del mondo conosciuto e costruito dai soggetti nel corso di una vita.

Ogni trauma – individuale o collettivo – ci mette in una posizione di impotenza, rammentandoci la nostra naturale condizione di fragilità: ci accorgiamo che le nostre risorse, i nostri mezzi per trattare l’evento traumatico si rivelano insufficienti.

In questo trauma collettivo, che ancora stiamo vivendo, si possono individuare tre forme di angoscia:

  • L’angoscia persecutoria, ovvero l’angoscia del contagio, più presente nei primi tempi della pandemia, ma che rimane sullo sfondo anche adesso, quando la situazione, come tutti speriamo, tenderà a normalizzarsi.
  • L’angoscia di perdita, una perdita intesa non solo come evento luttuoso, che purtroppo ha colpito alcuni di noi, ma privazione collettiva del passato così com’era concepito e vissuto prima del Covid-19.
  • L’angoscia per il cambiamento, per un futuro gravido di incognite. Il vivere giorno per giorno per l’essere umano, così abituato a mantenere le proprie abitudini, e le proprie certezze, è di per sé fonte di angoscia.

A due anni dall’arrivo del Covid-19, stiamo riconsiderando il concetto di ripresa, intesa come ritorno alla normalità, così come l’idea che tutto tornerà come prima. Molto probabilmente il virus non scomparirà del tutto, almeno per un periodo non ancora prevedibile, e dunque saremo vincolati a convivere con lui.

In questi due anni tutti quanti abbiamo vissuto, e stiamo vivendo, il trauma legato alla sottrazione, o alla drastica riduzione del lavoro.

L’emergenza sanitaria che ha fatto irruzione nella nostra vita, e una economia in caduta libera, hanno acceso una spia rossa che ancora lampeggia.

Una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, la nostra, con una scia sempre più in aumento di disturbi psichici dovuti al trauma pandemico, che inevitabilmente negli anni a venire si trasformeranno in disturbi post-traumatici.

Pensiamo solo all’esercito dei lavoratori finiti in cassa integrazione (9 milioni nel 2020 / 3 milioni e mezzo nel 2021) e pensiamo al ruolo giocato dallo Smart Working, introdotto nel 2017 e fino al primo lockdown scarsamente utilizzato.  Dopo il decreto del primo marzo 2020 i lavoratori attivati in modalità agile, da casa, sono stati più di un milione. Il doppio rispetto all’ anno precedente.

Questi 500.000 lavoratori in più hanno rappresentato una condizione imposta dal virus, non contrattata, né dal lavoratore, né dall’azienda.

Chi da quasi due anni a questa parte, sparge ottimismo su uno degli effetti collaterali di questa crisi (“avremo almeno scoperto l’utilità del lavoro agile”) finge di ignorare una variabile essenziale della dimensione “smart working”: la libera scelta, cioè la predisposizione alla flessibilità per un lavoro di questo tipo, sia da parte del lavoratore che da parte dell’azienda.

In realtà quel che abbiamo vissuto, e che ancora stiamo vivendo, è un gigantesco stato di necessità, una inevitabile e sofferta deportazione lavorativa e scolastica -pensiamo alla Dad- entro le mura domestiche.

Questa “contaminazione” tra vita professionale, scolastica, e intimità familiare, in questi due anni di pandemia, ha pervaso gran parte della società trasformando, molte volte, la comfort zone “domestica” in un vero e proprio inferno, dove intere generazioni si sono trovate costrette a vivere, confrontarsi e scontrarsi.

Un’altra questione: il 77% dei neogenitori che hanno lasciato il lavoro l’anno scorso sono donne.

Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato quanto il disagio psicologico delle madri (o meglio della coppia genitoriale) durante il lockdown, ha condizionato il disagio psicologico dei bambini più piccoli, e quante madri, consapevoli di questi disagi a catena, sono state costrette a lasciare il lavoro.

Un effetto del “gender gap”, questo, che vede l’Italia agli ultimi posti nell’Unione Europea per tasso di occupazione femminile.

Inoltre, a livello sociale, dei rischi della Dad per i bambini in età scolare e per gli adolescenti se ne è parlato a lungo nei mesi passati, e questa estate, nella nostra città, la mia ed atre associazioni hanno dedicato un apposito convegno sull’argomento.

Così come per i bambini, ancor più per gli adolescenti, la pandemia sta causando enormi disagi psicologici.

L’aumento generale di sintomi ansiosi, depressivi, di episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio è continuamente confermato dalle testimonianze di psichiatri, psicologi, medici dei pronto soccorso e operatori sociali.

In particolare gli adolescenti, per la loro stessa natura, hanno risentito più di altri di queste costrizioni.

Ricordiamo la natura pulsionale dell’adolescente, che lo spinge ad uscire di casa, all’aria aperta, prendendo le distanze dalle figure genitoriali, per confrontarsi con il gruppo dei pari.

La costrizione in cui l’adolescente si è trovato in questi due anni è assolutamente “contronatura” e non è difficile capire come ciò abbia portato molti ragazzi ad “esplodere” in condotte antisociali, o “implodere” in condotte autolesioniste, se non in veri e propri tentativi di suicidio.

D’altro canto il sistema sociosanitario non riesce più ad intercettare e a gestire le richieste di aiuto della popolazione italiana, aumentate del doppio solo nell’ultimo anno.

In tutta Italia gli Ospedali sono stati costretti ad aumentare i posti letto nei reparti di psichiatria e di neuropsichiatria infantile, per accogliere un numero di persone che mai si era visto negli anni precedenti.

L’auspicio è un intervento delle istituzioni nazionali, regionali e locali per aiutare chi ha bisogno di un sostegno psicologico ma non può permetterselo.

Nella nostra regione, Emilia Romagna, dagli ultimi dati in possesso si registra che 6 cittadini su 10 affermano di sentire il bisogno di rivolgersi a uno psicoterapeuta, ma il 27,5% dei pazienti rinuncia ad iniziare il percorso per ragioni economiche. Ed è sempre per questioni di spesa che il 21% dei pazienti è costretto a interromperlo.

Lavoro letto il 16 febbraio 2022 al convegno online: “Lo psicologo di base”

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